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MARTEDÌ 28 APRILE 2026

- Prestazione che va oltre la sconfitta quella offerta dalla Pallacanestro Trieste sul parquet della Virtus Arena. Quaranta minuti che, come scrive Lorenzo Gatto su "Il Piccolo", dicono molto più del 95-81 finale e che, senza fermarsi alla superficie, vanno soppesati con estrema attenzione. Perché se è vero che Bologna ha dato l'impressione di avere sempre in mano le redini della gara, è altrettanto vero che contro la capolista del campionato Trieste ha dimostrato di avere la pelle durissima. Non ha mai alzato bandiera bianca, neppure quando è scivolata nell'abisso del meno venti e anzi, ha saputo ricostruire la propria partita mattoncino dopo mattoncino, arrivando a stringere tra le mani il pallone del meno quattro proprio all'inizio dell'ultimo quarto.

Rientrare in partita e costringere una corazzata come la Virtus a restare sul pezzo fino alla sirena, non è un dettaglio da poco. È la testimonianza del potenziale di un gruppo che è rimasto in piedi nonostante il mancato apporto di uomini chiave come Ramsey e Toscano-Anderson.

Una prova che conferma la solidità di una squadra che, in vista dei playoff, ha i mezzi per far paura a chiunque. Soprattutto se l'incrocio dovesse chiamarsi Brescia, Trieste avrebbe davvero tutte le carte in regola per continuare a sognare e avanzare nel tabellone. Un'ipotesi, quella del quarto di finale contro la Germani, diventata estremamente probabile dopo l'inatteso suicidio dei lombardi, caduti tra le mura amiche del PalaLeonessa per mano di Treviso. Affrontare la formazione bresciana nella post-season rappresenterebbe un'occasione d'oro per gli uomini di Taccetti, poiché permetterebbe di evitare lo scoglio rappresentato dalle corazzate Virtus Bologna o Armani Milano. Intendiamoci, Brescia resta una realtà solidissima, ma in questa fase della stagione non appare affatto imbattibile. Trieste ne è consapevole: lo ha percepito nella sconfitta di misura patita al PalaRubini e ne ha avuto la conferma domenica osservando la Nutribullet banchettare sul parquet bresciano per strappare la salvezza. Se l'impresa è riuscita a Treviso, non c'è motivo per cui Trieste non possa autorizzarsi a sognare in grande. Certo, senza inutili fughe in avanti, la consapevolezza è che per trasformare questo sogno in realtà sarà necessario cambiare marcia proprio nel momento decisivo. In questo senso, la trasferta di domenica prossima a Milano rappresenterà un'ulteriore, preziosa occasione per mettersi alla prova e acquisire definitivamente quella mentalità da grande necessaria per recitare un ruolo da protagonista nella post-season. Quella mentalità che sta trovando il suo interprete migliore in Lodovico Deangeli: il capitano, sul parquet della Virtus Arena, ha firmato una prova maiuscola per sostanza e leadership ed è pronto a indicare la via ai compagni in questa parte finale della stagione.

- Adesso che il campionato di serie C è finito e ci sono le cifre a certificare quanto sarebbe servito per arrivare ai playout nonostante i 24 punti di penalizzazione, è inevitabile che un po' di rammarico rimane. Perché, come scrive oggi Antonello Rodio, la sensazione resta quella che sarebbe bastato crederci un po' di più, non smantellare la squadra e potenziarla con un paio di pedine quando ancora si poteva, per riuscire a fare il miracolo e giocarsi nonostante tutto gli spareggi salvezza. Che poi la rinuncia societaria a tentare il miracolo è dipesa anche dall'oggettiva impossibilità di affrontare la serie C visto il monte debiti, questo è un altro discorso. Sta di fatto che sul campo ci potevano essere le condizioni per tentare la grande impresa. Dopo che per tutto l'anno si sono fatte tabelle e proiezioni per arrivare ai 35 punti, ipotetica soglia per affrontare i playout, la realtà dei fatti dice che ne bastavano anche tre di meno. Considerata l'annata disastrosa di Virtus Verona e Pro Patria, retrocesse senza nemmeno passare dai playout, il traguardo che avrebbe permesso di accedere agli spareggi era quello di contenere a 8 i punti di svantaggio dalla squadra che si sarebbe piazzata davanti a scaligeri e bustocchi. Ebbene alla fine ad arrivare quartultima è stata la Dolomiti Bellunesi, che ha chiuso a 40 punti. Ecco quindi che per giocarsi i playout contro la squadra di Bonatti sarebbe bastato arrivare a 32 punti. Questo significa che la Triestina avrebbe dovuto fare 56 punti: non era un traguardo impossibile (lo è diventato dopo che si è deciso di smantellare la squadra), per capirci sarebbe bastato un campionato da settimo posto, perché è la stessa quota alla quale ha chiuso il Lumezzane. Certo, bisognava fare 20 punti di più di quelli effettivamente fatti: ma vogliamo ricordare le condizioni in cui ha vissuto la squadra tra mancanza di preparazione e mercato, incertezze societarie e il macigno psicologico delle penalizzazioni sempre crescenti? E poi basta pensare che la media punti che sarebbe bastata per fare 56 punti è di 1,47 a gara. Ebbene l'Unione nelle prime dieci gare, quando è arrivato il cambio di panchina fra Marino e Tesser, viaggiava a una media di 1,3 punti a partita, non distante da quella soglia. Purtroppo con Tesser la parentesi non è stata positiva sul piano dei risultati (8 punti in 12 partite), ma ricordiamo quanto avrebbe meritato di più quella squadra, che ha dominato partite poi perse (ed è successo anche con Marino). Diciamo che in quel momento 6-7 punti in più ci potevano stare e avrebbero permesso di mantenere almeno la media precedente. Nel frattempo, senza smantellare la squadra a gennaio e magari inserendo un paio di pedine giuste, sarebbe stato un altro girone di ritorno, chiunque ci fosse stato in panchina. E con la prospettiva di un traguardo alla portata e l'entusiasmo della rincorsa, ne avrebbe giovato l'aspetto psicologico.

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