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Articolo su Trieste su GEO n. 30 Giugno 2008


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Stago scannerizzando e passando all'ocr l'articolo su Trieste pubblicado nel numero 30 de GEO in edicola in questi giorni insieme a Focus (€ 3,50 per tuti e due i gionai insieme).

Prima parte:

Trieste, il cuore antico della nuova Europa

di Chiara Alpago Novello

Centri scientifici d'eccellenza e la più alta concentrazione di ricercatori in Europa.

Trieste è una città di anziani ma non vive più soltanto di ricordi. Perché l'allargamento

dell'Unione Europea a est l'ha riportata al centro del continente. Così questa città

schiava, con un grande passato, si avvia a diventare protagonista del futuro.

"Trieste è il crocevia di tutto e la capitale di niente."

A dirlo è il rabbino Ariel Haddad

Il 20 dicembre 2007 una manciata di chilometri più in là è caduto l'ultimo confine di terra italiano,

ma il muro del Pedocín resta più solido che mai. Trieste è probabilmente l'unico luogo in Europa dove

nel XXI secolo esiste un bagno con ingresso e spiaggia separati in base al sesso.

A La lanterna - che però, visto che questa è la città dei soprannomi, è appunto il Pedocín - uomini e

donne possono incontrarsi solo su1la battigia.

Quando qualcuno ha proposto di abolire una regola così passatista, è scoppiato un pandemonio e della

modernizzazione non si è più parlato. "Il Pedocín è tutto meno che retrogrado", spiega Paolo Rumiz,

triestino inviato de La Repubblica. "Al contrario, è noto proprio come una rivendicazione delle donne:

le mule erano stufe dei loro concittadini maschi. Tanto è vero che è sempre pieno>>.

Che una città crei e poi difenda con le unghie uno spazio al femminile, dove non preoccupaTsi di peli

e ce1lulite o anche solo concedersi delle sane chiacchiere tra ragazze, la dice lunga sullo spirito

della medesima. Basta la parola, Trieste, per evocare subito Asburgo, Joyce, Rilke, Svevo, Saba.

O i suoi luoghi magici, come piazza Unità d'Italia, il colle di San Giusto o il Castello di Miramare.

Eppure, per chi voglia provare davvero a interpretarne l'anima, i1 Pedocín è un indizio non meno

importante dei fasti dell'Impero e dei grandi intellettuali che sono nati e hanno vissuto in riva al Golfo.

Come ha detto lo scrittore Stipio Slataper, altro cittadino illustre, "ogni cosa a Trieste è duplice

o triplice". Come minimo. Valga l'esempio, spesso citato, del caffè. Ordinarlo al bar quando si è

foresti, visitatori, può rivelarsi un'impresa. Se volete un cappuccino specificate caffè e latte,

altrimenti vi serviranno un macchiato. Macchiato (cappuccino) che, peraltro, ha due principali

declinazioni: capo in bi, cioè servito in bicchiere, e gocciato, ovvero con poco latte freddo.

Nel caso vi accontentaste di un classico espresso, chiedete un nero e vi sarà dato. E che dire

dell'ambigua gentilezza dei negozianti? Quando cercate di comprare qualcosa e vi rispondono

"volentieri", non è un buon segno: il significato sottinteso, non proprio ovvio, è "glielo darei

volentieri, se solo lo avessi".

Tutto, a Trieste, è duplice o addirittura sestuplo. Sulla collina di Sant'Anna si arriva al

cuore della molteplicità. Qui sono riuniti i sei cimiteri cittadini: cattolico, protestante, ebraico,

greco-orientale, serbo-ortodosso e islamico. Un segno visibilissimo e, paradossalmente, molto vivo

di una città che, come si è detto, per sua fortuna non vede il mondo in bianco e nero.

Questa è terra di sfumature e contrasti, nel bene e nel male, come insegna la storia. Nel 1719 gli

Asburgo la proclamano porto franco. Nel periodo di massimo di splendore da Trieste partono due

linee ferroviarie dirette a Vienna, e ogni mattina un treno rifornisce il mercato della capitale

di frutta e verdure fresche. Il porto è così importante che nascono le Assicurazioni Generali

e la Ras, la Riunione Adriatica di Sicurt?.

Oggi di quel passato rimane solo una pallida eco. Nella "città bella tra i monti rocciosi e il mare

burrascoso" di Umberto Saba le navi bianche arrivano ancora; non sono però i transatlantici

degli anni Cinquanta, ma le città galleggianti del turismo da crociera e di massa.

Doman spero de meter el resto, se no farò a puntate :D

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Seconda parte :D

Il porto di Trieste continua a darsi un'aria d'importanza, anche se è chiaro che ormai

i veri affari si fanno a Capodistria e Fiume e la decadenza è palpabile.

"Una grande città che ha perduto la propria destinazione è come uno specialista in pensione.

Fa lavoretti in casa" osserva Jan Morris (Trieste o del nessun luogo, Il Saggiatore).

Grazie alle Patenti di Tolleranza promulgate nel 1771 da Maria Teresa, la Comunità ebraica

prospera: si costruisce un'imponente sinagoga, con quella di Budapest la più grande

d'Europa, e la città viene chiamata la "Porta di Sion" perché dai moli si imbarcano gli

ebrei diretti in Palestina. Gli ebrei continueranno a partire ma per i campi di concentramento,

visto che proprio a Trieste vengono annunciate le leggi razziali e si costruisce l'unico lager

nazista in Italia, la Risiera di San Sabba. Di una comunità che negli anni Trenta conta 6.OOO

aventi diritto al voto, rimangono meno di 600 persone. Trieste è tornata sotto il segno del

tricolore nel '54 ma gli accordi di Osimo, che rendono definitivi i confini, sono del '75,

l'altTo ieri; nel '99 un sondaggio ha rivelato che il 70 per cento degli intervistati non

sapeva che fosse una città italiana. Qui Pierpaolo Luzzatto Fegiz ha fondato la Doxa (oltre

che la Scuola Interpreti), qui è nata un'altra importante società di sondaggi, la Swg.

I triestini, insomma, hanno il fiuto per capire che succede, ma spesso dimenticano di

annusare l'aria di casa. Perché non c'è dubbio che la storia degli ultimi mesi abbia rimesso

Trieste al centro dell'Europa, con l'ingresso della Slovenia nello spazio Schengen e lo

smantellamento del confine. Ma lei sembra non essersene ancora resa conto.

Forse la spiegazione di tante contraddizioni sta in un'espressione locale molto comune,

"viva là e po' bon", che grossomodo si traduce "allegri comunque vada". Una filosofia

di vita che è il segreto del fascino della città, ma anche la sua pesante zavorra.

"C'è un'indubbia patina mitica su cui i triestini si adagiano. Si vive di "come eravamo" e

non si progetta il domani. In fondo si sta troppo bene e quindi non c'è un disegno per il futuro",

sottolinea Cristiana Fiandra, socio fondatore di The Office, società che organizza congressi

ed eventi. "Non che manchino idee e pr?getti interessanti, ma restano voci isolate.

Ci sono tutte le tessere, insomma, ma non si riesce a comporre il puzzle, Il risultato è che

Trieste non gioca il ruolo d'autorità culturale cui potrebbe aspirare. Da una città con questo

pedigree ti aspetteresti ben altro". Tra le voci isolate - ma chiare e forti a livello

internazionale c'è quella di Barbara Franchin, quarantenne e "triestina patocca (al 100 per

cento, ndr), cioè di sangue misto: ho anche ascendenze croate, marchigiane e venete>>, specifica.

Barbara nel 2002 si è inventata Its , che sta per International Talent Support ed è un evento

annuale (a luglio ci sarà la settima edizione) per sostenere giovani creativi di tutto il mondo

nell'ambito della moda e della fotografia.

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Il porto di Trieste continua a darsi un'aria d'importanza, anche se è chiaro che ormai

i veri affari si fanno a Capodistria e Fiume e la decadenza è palpabile.

Efetivamente no ga tuti i torti..gavemo un porto che podessi tornar ai fasti de l'Austriaungheria, volendo.

Volendo apunto..

:cesso:

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Penultima parte:

Elettra è una sorta di potentissima torcia elettrica, che con i suoi

fasci di luce permette di fare analisi approfondite sulla materia.

A metà del 2009 entrerà in attività il Fermi, uno dei primi laser a

elettroni liberi: un "supermicroscopio" che con i suoi flash luminosi

consentirà di osservare i meccanismi di funzionamento dei materiali.

In provincia di Trieste ci sono 37 ricercatori ogni mille abitanti:

una percentuale che non ha eguali in Europa. Ormai vera e propria

"città della scienza", Trieste può contare sul ?entro Internazionale di

Fisica Teorica, fondato dal premio Nobel Abdus Salam; e sull'Accademia

delle Scienze del Terzo Mondo, sull'Osservatorio Astronomico, sul

Laboratorio di Biologia Marina, sull'Istituto Nazionale di Oceaanografia

e Geofisica Sperimentale, sui centri per le biotecnologie e la nanoscienza.

Senza dimenticare l'Università, con 23mila iscritti.

"A chi si stupisce della straordinaria concentrazione di scienza proprio

a Trieste, rispondo che c'è sempre stata la speranza che, prima o poi,

si aprisse il confine a Est", spiega Rizzuto. "E poi la strada per non

rimanere imprigionati in quest'enclave isolata era una sola: spalancarsi

al mondo".

Questa ventata d'aria fresca non ha spazzato i cieli triestini con la

forza della bora (che peraltro, come la nebbia a Milano, non è più quella

di una volta), ma comincia a mostrare il suo effetto rigenerante.

"La città si sta risvegliando, pian piano si è accorta di tutta la scienza

che c'è. Che il mondo della ricerca inizi a entrare nel tessuto connettivo

triestino lo dimostra il Fest, la Fiera Internazionale dell'Editoria

Scientifica di Trieste", sostiene Anna Illy, matriarca della dinastia del

caffè, nonché console d'Ungheria. "I consolì sono una delle specialità

triestine. Senza contare i tre ufficiali della ex Jugoslavia, ce ne s?no 30".

Altro simbolo-speranza per il futuro è la nomina del nuovo Commissario per il

porto. "Finalmente sembra che si stiano facendo delle scelte. Certo, non

bisogna dimenticare che questa è una città senza entroterra, per anni ha

avuto il nemico che la guardava dall'alto. Adesso, però, il nemico è diventato

amico. E siccome i nostri vicini sono molto svegli, è uno stimolo importante".

Se le frontiere politiche sono cadute, ne restano però altre, tanto più robuste

quanto non dichiarate, con cui Trieste deve ancora fare i conti, in primis la

"questione" slovena. Gli anni della lingua proibita e dell'italianizzazione

forzata del periodo fascista sono lontani, "ma le cicatrici restano

dolorosissime e pesano su tutta la comunità. L'unica cosa che serve a questo

punto è il tempo", spiega Tatjana Rojc, "italiana di lingua slovena", professore

di sloveno e critica letteraria all'Università di Udine. "La cultura slovena

continua a essere un mondo invisibile. C'è un corso di letteratura comparata

italiana-slovena a Klagenfurt e non a Trieste".

C'è poi il caso eclatante di Boris Pahor, scrittore 95enne quattro volte

candidato al Nobel (Fazi ha appena pubblicato il suo romanzo più importante,

Necropoli). "La candidatura però è arrivata dai francesi", ricorda Rojc.

"Ha vinto premi su premi, ma resta un personaggio scomodo, il grande vecchio

della lingua proibita".

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Fine :D

Eccola la Trieste duplice e triplice, "uno scherzo del confine", secondo Ariel

Haddad, responsabile del Museo Carlo e Vera Wagner e rabbino capo della comunità

ebraica di Slovenia, approdato da Roma 16 anni fa e mai più riuscito a ripartire.

"Trieste è il crocevia di tutto, senza essere capitale di niente. Oggi si parla

tanto della sua dimensione multiculturale e multietnica, che però la generazione

attuale non ha conosciuto. La memoria è comunque preziosa: non per glorificarsi

ma per non dimenticare come potrebbe essere e non è>>. Uno sguardo particolare

sulle luci e ombre della città è quello di Pino Roveredo, che con la raccolta di

racconti Mandami a dire ha vinto il Premio Campiello. Roveredo racconta

Una Trieste "di schiena", vista dalla strada, "Per amore la paragono a una castagna,

dura fuori e morbida dentro. La durezza le appartiene di diritto, è una città

che e' stata molto maltrattata dalla storia", afferma, "oggi però si è seduta, i

giovani se ne vanno. D'altronde non c'è non dico un angolo ma neppure una fessura

per i ragazzi. Sia chiaro, posso parlarne male solo perché la amo. Più giro l'Italia

più amo Trieste, quando incontro qualcuno che non la conosce è Un dispiacere".

Innamorato della sua città e infuriato con lei come solo un amante sincero può

essere, è Paolo Rumiz. "Non esiste luogo messo più inutilmente da Dio in una posizione

così favolosa>>, commenta amaro. "Negli ultimi 4-5 anni l'amministrazione Comunale

ha trasformato la città in lunapark, tutto fritti misti e spritz: una politica

popolare, ma che non ha futuro. Ai giovani si danno concerti, divertimento, alcol

e coca, tutto tfanne il lavoro. Ogni volta che vado in giro per il mondo, quando

torno il primo giorno sono entusiasta, mi dico "che fortuna vivere qui"; al secondo

mi viene la gastrite. Trieste è una malattia da cui bisogna guarire. La nostra

tragedia è stata la partenza degli ebrei, la perdita dell'anima sefardita, quella

allegra, irriverente. Se tornassero gli ebrei sarebbe fantastico, sono il sale del mondo".

E infatti la sua dichiarazione d'am?re alla città è la lettera ricevuta da un

rabbino di Gerusalemme, nato a Trieste, che Rumiz cita a memoria:

"Quando un triestino si siede in cima al molo e guarda il tramonto con un fiasco in

mano, ebbene quella è preghiera, grandissima e santa preghiera. Il mare si increspa di

piacere, l'erba del Carso fa le fusa, le donne ti guardano con gli occhi umidi e

il Signore del mondo compiaciuto dice: 'Figlioli miei, ancora una volta mi avete fregato'".

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La nostra

tragedia è stata la partenza degli ebrei, la perdita dell'anima sefardita, quella

allegra, irriverente. Se tornassero gli ebrei sarebbe fantastico

Con tutto il rispetto , non vedo cosa cambierebbe. :confused:

Bell'articolo, anche se alla fine non è più di una riflessione. Speravo in qualcosa di più tecnico, di qualche progetto, di qualcosa in più oltre alla piccola parentesi sulla scienza e l'accenno al sincrotrone.

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La nostra

tragedia è stata la partenza degli ebrei, la perdita dell'anima sefardita, quella

allegra, irriverente. Se tornassero gli ebrei sarebbe fantastico

Con tutto il rispetto , non vedo cosa cambierebbe. :confused:

xe la clasica nostalgia ala Rumiz :)

Comunque, no xe dito che no cambiassi niente, anzi.

Notoriamente soto l'Austria bona parte del motor economico de Trieste iera ebreo.

Dopo, certe scelte storiche ga causado i sui danni... anche economici!

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