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Articolo su Trieste su National Geographic


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Prima parte:

I mille volti della città più mediterranea del nord Italia

Trieste ultima frontiera

Eccola, Trieste. Aspetta in fondo alle volute capricciose della

strada costiera come una donna distesa al sole, gli occhi chiusi,

il corpo lungo e fermo ad assorbire calore, percorso da impercettibili

fremiti. Non ti viene incontro, quando te ne accorgi ci sei già

dentro, separato dal mare da una leggera tenda di oleandri e dal

serpentone di costumi da ba?no, brandine, asciugamani, giornali, che

si intravede, si intuisce più in là. Bisogna arrivarci in auto a

Trieste, scegliendo di interrompere per qualche giorno la marcia

verso le coste della Dalmazia e di fermarsi qui, nell'estremo

Nord-est che non ha nulla dei ritmi forsennati del Nord-est, nella

città meridionale più a nord d'Italia, asburgica e balcanica, identitaria

e ambigua, austera e morbida.

La Costiera toglie il fiato col suo affaccio su un golfo che sembra non

avere fine, allungato fino a scorgervi l'Istria, dove l'occhio allenato

cattura subito il profilo quasi infantile di Miramare, bianco, ritagliato

nella glassa come un castello delle favole. È una strada micidiale per chi

la conosce e la aggredisce di notte a velocità folle, un ingresso straordinario

per il neofita, che la percorre con un occhio incollato alla linea ininterrotta

di mezzeria e l'altro sullo strapiombo che affonda nell'acqua, tra il

verde, in mezzo alle vele. Una curva dietro l'altra, a poco a poco

più dolci, più distanziate, e sei a Barcola, il grande stabilimento balneare

aperto, libero, promiscuo e anticonformista della città, dove le anziane

che lo raggiungono di prima mattina intasando l'autobus numero sei, già

vestite da spiaggia, la borsa da mare e la sedia pieghevole, cotte da1 sole,

si mischiano alle ragazzine con l'iPod e il bikini così strizzato da

sollevare frenate furibonde quando sconfinano sulla strada, rincorrendo

una palla.

Al bivio di Miramare, Trieste impone la prima scelta e svela la sua

natura duplice, sfuggente, incomprensibile a chi la affronta per stereotipi

ormai cristallizzati: mitteleuropea, letteraria, rigorosa, la città

che i telegiornali presentano sempre uguale a se stessa, gonfia di grandi

nomi - Svevo, Joyce, Saba - piegata sotto la bora con l'ombrello disarticolato.

Girando a destra ci si incanala dietro le corriere austriache e ungheresi,

dirette al castello di Miramare, un o dei poli più frequentati d'Italia,

con i suoi 250 mila turisti di media all'anno affascinati dal destino

triste di Massimiliano e Carlotta, lui assassinato in Messico, di cui era

imperatore, lei impazzita dal dolore e dalla noia.

Proseguendo dritti, paralleli ai chilometri di pelle esposta ai raggi,

si entra in città, e l'identità di Trieste non appare più così chiara:

?è la statua di Sissi, un altro mito, all'ombra degli alberi di piazza Libertà,

dove un tempo si apriva il suk per gli acquirenti dell'ex Jugoslavia,

che su questi vialetti, stanchi e affamati, impastati di un odore

inconfondibile, riempivano borse e borse di plastica di bambole,

prima di essere inghiottiti, di nuovo dalla stazione ferroviaria e dalle

loro oscure destinazioni. A pochi metri c'è il porto vecchio, con gli

splendidi magazzini voluti dall'imperatore Francesco Giuseppe, orbite vuote

di una stagione di grandi commerci e ricchezza, e c'è ancora il mare,

potente, invasivo, che in nessun'altra città come Trieste si mescola

al reticolo urbano, lo mangia, lo frammenta, ci si insinua, arriva

fin dentro a1 suo cuore, piazza dell'Unità, regalando al carattere

della gente un inconfondibile tratto godereccio, edonistico, mediterraneo,

del tutto estraneo ai cugini friulani.

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Seconda parte :D

Per i turisti, la prima, stupefatta scoperta è il rapporto tra la città e il

suo mare, un rapporto che dura tutto l'anno, simbiotico d'estate, cameratesco,

fiducioso alle prime giornate tiepide di primavera, quando le commesse e le

impiegate vanno a rubare l'ora di sole nella pausa pranzo, o nelle giornate

terse d'inverno, con gli anziani impettiti sulle panchine intenti a leggere

il Piccolo e ad assorbire ogni raggio, con precisione, questa sì, di altre

latitudini. Non a caso, secondo un sondaggio della Swg, il dieci per cento

degli italiani conoce la città di Trieste grazie alla Barcolana; la regata

più affollata del mediterraneo, 2.OOO vele per una straordinaria festa del

mare, ogni seconda domenica di ottobre.

"Trieste", dice lo scrittore Mauro Covacich, autore di una guida un pò speciale,

intitolata Trieste sottosopra, "è una giovanissima quarantenne dei giorni nostri,

tatuata, tonica, igienista, che non ho nessuna difficoltà a immaginare anche

depilata con l'elettro coagulatore, abbronzata e, perché no, col piercing

all'ombelico".

C'è una città più probliematica, contraddittoria, che cerca di bucare la campana

di vetro sotto cui è stata congelata dall'immaginario collettivo: Trieste dei caffè,

Trieste porto di Vienna, Trie ste dove Joyce scrisse il primo capitolo dell'U1isse,

Trieste nostalgica e isolata, cara al cuore dell'Italia, ma, in fondo, così

poco "italiana". Fino al punto che ta1jani, da queste parti, vengono definiti

- senza acredine ma con una sorìa di bonaria comprensione - tutti coloro che

arrivano da fuori, a partire dai corregionali.

A seguire le frastornate americane scaricate dalle navi da crociera a un passo da piazza

dell'Unità, la più gr?nde piazza d'Europa con affaccio diretto sul mare, la

tentazione di rifugiarsi nel luogo comune è forte. Le mappe, accartocciate dal

vento tra le mani, i cappelli di paglia sulla permanente azzurrognola, si

incammin?no alla caccia dell'itinerario letterario, la cui prima tappa è proprio

lì vicino, a piazza Hortis, dove la statua a grandezza naturale di Italo Svevo,

di fronte al suo museo, cattura l'attenzione degli obiettivi e dei telefonini.

E lui, Ettore Schmitz, impiegato della fabbrica di vernici del suocero, che

raccontò la crisi oscura dell'uomo del Novecento, si fa abbracciare impassibile

da signore in crocs e signori con il sigaro penzolante che forse, se accartocceranno

sul serio la mappa e seguiranno le indicazioni delle guide innamorate della

città, tra poco si perderanno nel budello di stradine che sale verso San Giusto,

seguendo, davvero, i passi e le inquietudini dei personaggi di Svevo, Zeno della

Coscienza, Alfonso di Una vita.

Scopriranno così la Trieste diversa, quella del fascino contaminato di Cittavecchia,

appena dieci anni fa quartiere decadente e degradato, ammasso di edifici fatiscenti

sopra i resti della città romana, oggi cuore antico rivitalizzato da restauri

milionari, ridipinto con colori pastello e un po' kitsch, da villaggio vacanze.

Cammineranno in Cavana, dove un tempo lavorava la famosa "fiorentina" vedette

della casa di piacere di via del Sale e dove a lungo, anche molto dopo la sua

chiusura, si incontravano prostitute gaudenti e un po' scassate, quelle che

facevano scrivere a Saba "sento in compagnia il mio pensiero farsi più puro dove

più turpe è la vita".

Piazza Hortis, Cavana, via del Lazzaretto Vecchio sono i luoghi del "parco letterario"

che affascina i turisti, come, più in là, via San Nicolò con la libreria gioiello

di Saba e la statua in bronzo del poeta, cui hanno più volte rubato la pipa

(l'amministrazione comunale, rassegnata, ora non ce la rimette, più), o il canale di

Ponterosso con un altro bronzo che qui chiamano "el profesòr Zois", ossia James Joyce,

a pochi metri dal luogo in lo scrittore visse con la moglie Nora, dando lezioni

di inglese.

Ma Trieste, ancora una volta, spariglia le carte. A osservare con attenzione,

la statua di Svevo è presidiata da ragazzoni in jeans a vita bassa e sopracciglio

trafitto, accoccolati con gli zaini sul muretto retrostante. Sono gli studenti

del più antico Istituto Nautico del Mediterraneo, che si apre sulla piazza con i

finestroni dietro i quali hanno sofferto, e anche un po' sognato, generazioni di

futuri capitani di mare. Poco più in là, in piazza Venezia, una targa anonima,

"Eve", identifica una delle giovani attività imprenditoriali della Trieste che

cambia, l'agenzia che organizza Its, il concorso per talenti emergenti della

moda più prestigiosa d'Europa, grazie al quale ogni anno arrivano in città

(una città che con la moda ha solo un rapporto ispido, fatto di berretti e giacconi

di lana...) ragazzi che studiano fashion design nele scuole di tutto il mondo,

vent'anni o poco più. Spiazzante contrasto con l'immagine strandard della

Trieste "vecchia" e un po' ammuffita, 80 mila pensionati su 208 mila abitanti,

oltre 80 gli ultracentenari.

Barbara Franchin, titolare di "Eve", commenta: "Trieste è decentrata, difficile

da raggiungere, lontana da tutto. Ma io sono nata qui e ci credo, non voglio

andarmente. Un tempo era il porto franco di Maria Teresa, noi vogliamo che

continui ad essere porto franco di idee, creatività, di energia giovani".

Non a caso Its, International Talent Support, porta in sé anche la sigla

di Trieste, il segno delle radici, dell'identità.

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Ultima parte, che fadiga:

Trieste è città di percorsi, che si intersecano tra loro e che

raccontano il mito, la storia, le ferite mai rimarginate,quei dolori

antichi anch'essi compenetrati nel carattere locale, quasi il cogliere

il meglio della vita sia un antidoto a un remoto senso di provvisorietà,

di smarrimento. Dal 1918 al 1954 qui furono issate sette bandiere,

quella austro-ungarica, sabauda, del Reich, iugoslava, britannica,

americana. Due "redenzioni", due ritorni all'Italia, nel 1918 e nel

1954, l'annuncio delle leggi razziali e della guerra fatto da Mussolini,

nel 1938, in piazza Unità, e ancora la tragedia degli esuli istriani,

il popolo sradicato che trovò rifugio a Trieste e che adesso, dopo oltre

50 anni, avrà uno spazio apposito, multimediale, il Museo della civiltà

fiumana, istriana e dalmata, a due passi dal Museo Sveviano e dal Museo

d'arte moderna Revoltella, per raccontare un dramma ancora semisconosciuto

ai libri di storia.

C'è il percorso dei caffè che perpetua l'atmosfera mitteleuropea,

soprattutto il San Marco con i suoi giocatori di scacchi, i giornali da

leggere ingabbiati nel supporto di legno e la possibilità remota di

incontrarvi Claudio Magris intento a scrivere, come prima di lui, qui e

altrove (al Caffè degli Specchi, al Tommaseo, al Tergesteo, alla Stella Polare)

fecero Scipio Slataper, Saba, Svevo, Joyce, Virgilio Giotti, Bobi Bazlen.

C'è l'obbligatoria puntata gastronomica dall'ormai celebre Pepi S'ciavo,

di recente finito in un'entusiastica recensione sul New York Times,

il buffet di via Cassa di Risparmio famoso per il suo "misto caldaia",

la "porcina", il cotechino, le salsicce di "cragno", piatti impegnativi

che si annunciano, con un profumo imperdibile, a decine di metri di

distanza e che mettono in fila, ogni giorno e a tutte le ore, quasi come

fosse una tavola calda americana, vip e gente comune.

E c'è il percorso del dolore, ben conosciuto dagli studenti delle superiori,

sempre più numerosi nelle gite scolastiche che cominciano a scoprire Trieste.

La Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento con forno crematorio

del Mediterraneo orientale, col suo agghiacciante tunnel di cementi che ti

risucchia verso le celle della morte, e poi su, sul Carso, alla foiba

di Basovizza, il pozzo minerario diventato tomba di migliaia di prigionieri,

gettati sotto terra dai soldati di Tito. Qui, al termine delle due tappe,

le guide spiegano che Trieste è città di memorie lacerate, ognuno ha la sua,

come i suoi morti.

"Trieste", dice il sindaco Roberto Dipiazza, "sta trovando finalmente la forza

di guardare avanti: rispettosa dei drammi della Seconda guerra mondiale, ma

senza essere più ostaggio dei rancori e delle diffidenze. Questa città vuole

voltare pagina e lanciarsi con energia verso un presente che, alla luce

dell'allargamento a Est dell'Unione Europea, le riconsegna un rinnovato

ruolo di capitale d'area con grandi potenzialità di sviluppo. Ogni momento

del mio impegno", continua il sidanco, "è finalizzato a cogliere questo

obiettivo, certo di condividerlo con la stragrande maggioranza dei

triestini".

Ottomila ricercatori stranieri, soprattutto dai paesi del Terzo Mondo, passano

ogni anno di qui e si distribuiscono nelle tante istituzioni scientifiche

di eccellenza, l'Area di ricerca di Padriciano, il Centro di fisica teorica

di Miramare, la Scuola internazionale di studi superiori avanzati, l'Istituto

di ingegneria genetica e biotecnologia. Sono questi cervelloni che oggi

disegnano il profilo della Trieste multietnica, come i commercianti greci

e turchi fecero ai tempi di Maria Teresa.

Eppure, paradossalmente, la cittadella scientifica, stimata a livello

internazionale, entra appena di striscio nella percezione che la città ha

di sé, nel biglietto da visita che Trieste porge. Un corpo alieno, che

quest'anno è sceso in strada per la prima volta con Fest, il festival dell'editoria

scientifica, portando le sue teste d'uovo in mezzo alla gente, in piazza,

a spiegare la meccanica quantistica, l'astronomia, la fisica, la genetica.

Ed è sempre straniante vedere altissime donne coperte da capo a piedi, mogli

degli "stregoni" della ricerca, che accompagnano i figli in uno degli

asili del centro storico, proprio sulle strade percorse dai personaggi

di Svevo.

Trieste è una città un po' matta. Quando soffia la bora e frusta il Molo Audace,

per la gioia dei telegiornali, anche il ta1jan respira una strana inquietudine,

ben piu' indecifrabile del fastidio meteorologico. Nel 2008 saranno

trent'anni che qui si compì una delle rivoluzio ni del secondo Novecento,

quella che, grazie a Franco Basaglia, restituì ai malati di mente dignîtà

di persone e libertà. San Giovanni, dove un tempo c'era l'ospedale

psichiatrico, è un polmone verde quasi completamente reintegrato nella città

e quelli che erano i degenti vivono in mezzo ai cosiddetti normali, mentre

i luoghi della costrizione sono diventati permeabili, spazi per università

e cooperative sociali.

In Trieste o de1 nessun luogo, Jan Morris, autrice gallese di alcuni dei libri

di viaggio più belli della letteratufa anglosassone del Novecento, scrive:

"Malgrado la tradizionale compostezza, Trieste è una città allucinatoria...

Una miscela di genio e melanconia, di borghesia e cospirazione, di lusso e

squallore, di vicoli e d'incroci, di selvaticità e rispettabilità, in un

luogo in cui rimpianti, speranze e splendidi ricordi si fondono...".

Prima di cambiare sesso, nel 1972, Morris si chiamava James. Era stato soldato

dell'esercito inglese e aveva conosciuto Trieste alla fine della Seconda guerra

mondiale, sentendo si subito intimamente affine alla città "che meglio di tutte

chiude in sé l'esilio e l'estraneità, la solitudine e la diversità...".

Di queste sfasature, il turista percepisce solo la più immediata; la particolarità

spiazzante del linguaggio da bar, quello della prima condivisione, del contatto

possibile tra autoctoni e stranieri. "Nero, goccia, capo, capo in b(icchiere)"

sono i modi per ordinare un caffè, ideogrammi sonori che, paradossalmente,

puntano all'inclusione dello straniero, a offrirgli la prima chiave di

lettura di una che città che rimane, pur sempre, un "altrove".

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Più che altro Trieste Watch xe tranci e link a notizie che se trova in rete.

I due articoli che go postado separatamente iera pubblicadi sul cartaceo e volevo inserirli per intero dando la possibilità de commentarli. :rolleyes:

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  • 2 weeks later...

dov'era questo articolo? ho comprato di corsa national geographic di maggio per cercarlo, dopo aver letto il tuo post, e... è tutto sulla cina!!!!!!!!!!!! :cherobeara::confused::ehno::doh::pianto:

Ehm.... come da titolo della discussione:

"Articolo su Trieste su National Geographic, vol. 20 n.5 Novembre 2007"

:rolleyes:

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